Mimmo Gangemi


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Mimmo Gangemi - L'Attesa

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La nostra Italia sporca di 'ndrangheta. Ma guai a chi osa raccontarla

L'Unità


“Era vizioso di femmine”, sempre così i compari riguardo l’uccisione di un capobastone, allo scopo di orientare su una falsa traccia gli estranei al loro ambiente. Accompagnavano le parole con un lento e amaro battito di testa, di condanna al peccato che aveva ridotto il malcapitato carne pronta per la fossa. Era il tempo in cui i vecchi capobastone cadevano uno dietro l’altro sotto i colpi, a fare terra piana, delle giovani leve, smaniose di prenderne il posto e di arricchirsi con i sequestri di persona e il traffico di droga e di armi. Il più delle volte non era vero che fosse vizioso di femmine. Comunque, mai era quella la causa del piombo. Usavano parole di omertà nel tentativo di dirottare su motivazioni diverse un destino di morte, deciso dall’impazienza e da un’immutabilità da sovvertire, che incombeva anche sulle loro teste.
Di recente il Presidente del Consiglio ha condotto un’operazione simile, spostando l’attenzione dal fenomeno mafie in sé su una questione di facciata: la cattiva reputazione che deriverebbe all’Italia dai romanzi che trattano simili argomenti e da fiction tipo “la piovra”. Oltre che cattiva, immeritata, dato che alle nostre mafie – vergogna loro – nemmeno è riuscito un posto sul podio, appena seste per importanza e volumi di affari, sebbene medaglia d’oro nell’opinione corrente. A suo pensiero, non dovremmo perciò scrivere di ‘ndrangheta, di camorra, di cosa nostra. Dall’omertà, nel caso del “vizio di femmine”, alla pura ipocrisia. Poi, da quale pulpito viene la predica… Stona sulla bocca di un Presidente che detiene grosse fette di quell’editoria, cartacea e televisiva, che propone le opere incriminate.
Non seguirò il consiglio. Faccio invece mia la frase, vecchia di un secolo e adattabile alla circostanza, di Umberto Zanotti Bianco, un grande piemontese che amò la Calabria più dei calabresi stessi: “io ho sempre tenuto gli occhi fissi là dove dovrà sorgere un giorno l’alba. Non la vedrò? Ma chi mi potrà togliere la certezza che ho accelerato anche di un misero attimo la sua apparizione?”. Allo stesso modo di Zanotti Bianco, Saviano e gli altri rivendichiamo quel misero attimo di cui potremmo anticiparla, quell’alba che verrà, che dovrà venire prima o poi, attraverso i nostri scritti, che mettono davanti agli occhi, per farci provare almeno vergogna, il degrado, la mentalità malsana dentro cui attecchisce il malaffare, e che magari aiutano a far scoccare con un po’ d’anticipo la scintilla da cui ripartire.
Ed è tempo che scocchi. Quant’è che è tempo. In Calabria non si sa più da che parte girarsi. In chi fidare. Da chi guardarsi. A ogni passo incontriamo ‘ndrangheta e politica, ‘ndrangheta e finanza, ‘ndrangheta e chiesa, ‘ndrangheta e istituzioni, ‘ndrangheta e massoneria, ‘ndrangheta e tutto. La ‘ndrangheta non manca mai, cambiano solo, di volta in volta, i suoi compagni di cordata. Ne vien fuori una brodaglia con il sapore della merda. Più la si rimescola, più sa di merda.
Si muore facile di ‘ndrangheta, con morte da piombo – “due soldi di pallottola e si tolgono il pensiero”, così mio nonno ammoniva le imprudenze. Ma si può morire anche di antindrangheta. Alcuni "antindrangheta" fanno più paura della ‘ndrangheta. Perché, forti e tronfi di una reputazione costruita sul niente, bluffando con le parole, sono capaci di decidere strumentalmente che degli innocenti siano invece 'ndranghetisti, quantomeno conniventi. Basta poco, un’antipatia, che si sia diventati ostacolo alle loro carriere. Non è novità. Perché regna la confusione, una nebbia che non consente di intravedere dove finisce una competenza e comincia un’altra.
Nella confusione, capita che assurga a paladino chi sa di ‘ndrangheta, chi ne ha la puzza appiccicata addosso.
Nella confusione, spuntano i “professionisti dell’antimafia”, una categoria già individuata da Leonardo Scascia – ma lui sbagliò allora i personaggi (magistrati) su cui puntare l’indice – e qua da noi di fresco conio, nata tra i politici per aiutarsi in politica. Fanno roboante presenza al minimo rimbombo di cronaca, fustigano i costumi, bacchettano feroci di lingua, e a 360 gradi, gli altri, tutti amorali, tutti senza etica, tutti asserviti, tutti delinquenti, tutti destinati ad attizzare fuoco in un infimo girone dell’inferno, tutti tranne loro, “santi subito”, già in vita, più e meglio del Papa polacco. Rammento uno – all’indomani del vile e orrendo attentato, con bomba, addosso al sonno eterno dei trapassati nella cappella di famiglia di un sindaco onesto e perbene, e coraggioso da denunciare, con nomi e cognomi, il malaffare – il quale, vistosi sottratta la scena, ventilò potesse essere stata la vittima stessa a mettere in atto la barbarie, per mostrarsi martire.
Nella confusione – a causa di esasperate forme di spettacolarizzazione e della volontà di mostrare, nella lotta alla ‘ndrangheta, efficienza e un cambio di rotta solo di recente diventati concreti – è capitato che politici onesti, merce rara, abbiano scontato con lunghe detenzioni reati di mafia ai quali sono poi risultati completamente estranei – neppure sono emersi elementi per il rinvio a giudizio! – e abbiano però subito una gogna mediatica, con settimane nelle prime pagine dei giornali e dei TG nazionali, di cui nessuno li potrà mai risarcire. Così è successo a Rosario Schiavone, ex vicesindaco di Gioia Tauro, e a Martelli, ex sindaco di Rosarno. Pericoloso, questo andazzo, perché toglie tranquillità. E toglie fiducia nelle istituzioni.
Nella confusione, capita di imbattersi, all’interno del sito di Facebook “’ndrangheta… un tumore da estirpare”, in un paio di iscritti che mai si sono fatti scrupoli a chiedere i voti a quel tumore da estirpare. E capita che il dito non ne voglia sapere di pigiare l’adesione.
Nella confusione, capita di trovare nei cortei antimafia, in prima fila, più sdegnati degli altri, magari con tanto di fascia di traverso, magari con una scorta disposta dal magistrato ignaro, e su cui scappa da ridere, personaggi la cui naturale residenza dovrebbero essere le patrie galere.
Nella confusione, capita che qualcuno, per rifarsi una verginità, si spedisca da sé, a casa, una busta con un paio di proiettili o una missiva che minaccia un “due nasi” dietro una siepe. O si faccia bruciare la macchina, non la nuova, sia mai, l’altra, quella sgangherata che utilizza per la campagna.
Nella confusione, capita che un Prefetto in libera uscita dal suo territorio di competenza, di fronte a un imprenditore che si riempie la bocca di onestà e di quanto costi essere onesto da queste parti, mi domandi dispiaciuto e partecipe “ma paga tanto di mazzetta?” e che io debba amaramente rispondere “non la paga, lui la chiede”.
Queste cose, caro Presidente, bisogna che qualcuno le racconti.




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